Confagricoltura, Senior L’Età della Saggezza Onlus e Reale Foundation, in collaborazione con la Rete Fattorie Sociali, hanno presentato la decima edizione del “Bando Coltiviamo Agricoltura Sociale 2025”, dedicato a promuovere e valorizzare iniziative di agricoltura sociale realizzate da imprese agricole, cooperative e altri enti del terzo settore.
L’obiettivo è sostenere progetti a beneficio di individui, famiglie e comunità in difficoltà, con particolare attenzione all’inclusione sociale, alla solidarietà intergenerazionale e al sostegno di gruppi svantaggiati.
Per approfondire il significato di questa iniziativa e il valore delle “seconde opportunità” che l’agricoltura può offrire alle persone fragili e svantaggiate, Telematica Italia ha intervistato Marco Berardo Di Stefano, presidente di Rete Fattorie Sociali.
Presidente Di Stefano, quali sono gli obiettivi principali del bando “Coltiviamo Agricoltura Sociale 2025” e a chi si rivolge?
“L’obiettivo principale del bando è sostenere e far crescere esperienze di agricoltura sociale che uniscano innovazione, inclusione e sostenibilità. Parliamo di progetti che mettono al centro la persona e che dimostrano come l’impresa agricola possa diventare uno spazio di solidarietà attiva e di formazione alla vita, non solo di produzione. Il bando si rivolge a imprese agricole e a cooperative sociali che attraverso l’agricoltura sociale, lavorano per dare dignità e opportunità a persone fragili, creando percorsi di inserimento lavorativo e di partecipazione sociale. Quest’anno, con la sezione speciale dedicata anche alla gestione del verde pubblico, vogliamo valorizzare il ruolo dell’agricoltura nel prendersi cura non solo delle persone ma anche dei luoghi, dei paesaggi e della qualità della vita nelle comunità”.
Quali progetti hanno maggiori possibilità di essere selezionati e finanziati e quali criteri guidano la selezione delle iniziative?
“I progetti che si distinguono di più sono quelli che uniscono solidità economica e impatto sociale misurabile. Le esperienze premiate in passato spesso avevano un tratto comune: una chiara integrazione tra attività agricola e finalità sociali, con un modello di sostenibilità nel tempo. La selezione tiene conto di vari fattori: l’innovazione del modello, la capacità di generare inclusione lavorativa reale, la qualità della rete di partenariato, l’impatto territoriale e la replicabilità dell’iniziativa. Oggi è fondamentale che i progetti dimostrino di poter camminare con le proprie gambe, creando valore sia economico che sociale”.
Negli anni scorsi quali risultati concreti sono stati raggiunti grazie a questo bando e quali esperienze virtuose può ricordare? Ci può raccontare qualche storia significativa di reinserimento o inclusione?
“In questi anni il bando ha sostenuto decine di realtà in tutta Italia, contribuendo a far nascere o consolidare veri e propri laboratori di innovazione sociale. Abbiamo visto aziende agricole trasformarsi in spazi di formazione per ragazzi con disabilità, rifugiati, ex detenuti o persone in percorso di cura. Penso, ad esempio, a progetti che hanno dato vita a laboratori di trasformazione alimentare gestiti da giovani con autismo, o a esperienze in cui terre confiscate alla criminalità sono diventate luoghi di riscatto e legalità. Queste storie ci ricordano che l’agricoltura può essere un ponte tra fragilità e futuro, un luogo dove si impara non solo un mestiere, ma anche una nuova fiducia in sé stessi”.
In che modo l’agricoltura sociale rappresenta una “seconda occasione” per persone fragili o svantaggiate?
“L’agricoltura è un ambiente accogliente per natura: il ritmo del lavoro, la dimensione comunitaria e il contatto con la terra favoriscono percorsi di crescita personale e relazionale. Per molte persone fragili rappresenta una seconda occasione di vita perché consente di ritrovare una routine, un senso di utilità, e una rete di relazioni autentiche. Lavorare in un contesto agricolo permette di ricostruire competenze, autostima e autonomia. È un modo concreto per tradurre la solidarietà in occupazione e dignità”.
Qual è il valore aggiunto che l’agricoltura sociale porta non solo ai beneficiari diretti, ma anche alle comunità locali e al territorio?
“L’agricoltura sociale rigenera i territori: restituisce senso ai luoghi, riattiva cascine abbandonate, rafforza i legami di comunità e genera economia locale. Le fattorie sociali creano reti di prossimità, collaborano con scuole, comuni, servizi sanitari e associazioni. In questo modo diventano presìdi di coesione e sostenibilità, capaci di valorizzare le risorse locali, dall’ambiente al capitale umano. Non è solo un aiuto a chi è in difficoltà, ma un investimento collettivo nel benessere delle comunità rurali e urbane.
Quali sono oggi le principali difficoltà che le realtà di agricoltura sociale incontrano nel portare avanti i propri progetti? Secondo lei la finanza agevolata è una leva fondamentale per le imprese che operano nel settore?
“Le difficoltà maggiori riguardano la sostenibilità economica e gestionale. Molte realtà nascono da esperienze associative o volontarie e faticano a strutturarsi come vere imprese sociali. C’è anche un tema di riconoscimento istituzionale e di accesso ai fondi, che spesso non sono calibrati sulle peculiarità delle imprese agricole con finalità sociali. In questo senso la finanza agevolata, e bandi come questo, è una leva decisiva, ma deve essere accompagnata da percorsi di formazione, mentoring e reti di supporto. La Rete Fattorie Sociali lavora proprio per questo: creare strumenti che aiutino le aziende a crescere in autonomia, con un equilibrio tra impatto sociale e sostenibilità economica”.
Guardando al futuro, quali prospettive vede per lo sviluppo dell’agricoltura sociale in Italia e quale ruolo può avere il bando nel sostenerne la crescita?
“L’agricoltura sociale è una frontiera strategica per il futuro del Paese. Rappresenta un modello capace di integrare agricoltura, welfare e sviluppo locale, e di rispondere in modo concreto a sfide attuali come l’inclusione, l’invecchiamento attivo, la transizione ecologica e la rigenerazione dei territori rurali. Credo che il bando 'Coltiviamo Agricoltura Sociale' abbia avuto e continuerà ad avere un ruolo fondamentale come motore culturale e operativo: non solo per finanziare progetti, ma per far emergere una visione condivisa. Ogni edizione è un passo in avanti verso una nuova idea di impresa agricola, capace di produrre valore economico e sociale insieme. La sfida dei prossimi anni sarà quella di consolidare queste esperienze, costruendo politiche pubbliche stabili e strumenti di accompagnamento che rendano l’agricoltura sociale una parte strutturale del sistema agricolo italiano”.