Il ceto medio con il taglio Irpef, i sostegni per la casa alle giovani coppie, l’ipotesi di intervenire sulla tassazione dei salari. Oltre agli immancabili correttivi sulle pensioni. Le prime istruttorie dei ministeri in vista della legge di bilancio si sono concentrate su questi temi, ma nel frattempo qualcosa si muove anche sul fronte delle imprese. È in vista un accorpamento degli incentivi dei piani Transizione 4.0 e Transizione 5.0, da inserire in manovra con risorse statali, per dribblare in qualche modo le condizioni troppo stringenti che hanno condizionato il successo delle agevolazioni 5.0 finanziate con il Pnrr.
Le misure in scadenza
In attesa che si concretizzi la riforma organica degli incentivi alle imprese (l’iter dei due decreti legislativi si sta prolungando oltre le previsioni), un intervento immediato sul fronte delle politiche industriali appare obbligato. Non ci sono precedenti, almeno in tempi recenti, di un pacchetto così corposo di incentivi che andranno in scadenza a fine anno, misure per le quali il ministero delle Imprese e del made in Italy e il ministero dell’Economia stanno definendo in queste settimane il destino, tra ipotesi di proroga secca, di rinnovo con modifiche e di cancellazione.
Al 31 dicembre 2025, in assenza di interventi legislativi, si chiuderebbe la finestra temporale per una serie di crediti d’imposta finanziati con fondi statali: per l’acquisto di beni materiali innovativi (4.0), per investimenti in innovazione tecnologica di base e in innovazione 4.0 o “green”, per gli investimenti sul design e l’ideazione estetica. E terminerebbe anche la controversa stagione di Transizione 5.0 che finora, su 6,23 miliardi di euro disponibili a valere sulle risorse europee del Pnrr, ha assorbito 1,8 miliardi di euro, poco meno del 29 per cento. Ma non finisce qui. Perché le valutazioni in corso tra ministeri riguardano anche la proroga di due incentivi specifici per le imprese che operano nella Zona economica speciale del Mezzogiorno. Il più robusto dei due, il credito d’imposta per gli investimenti, è in vigore per interventi effettuati fino al 15 novembre 2025. L’altro, la decontribuzione per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori con più di 35 anni e disoccupati da almeno due anni, riguarda rapporti di lavoro da formalizzare entro quest’anno.
E bisogna decidere anche il futuro del Fondo di garanzia per le Pmi, che ha uno schema di copertura dei finanziamenti valido fino al 31 dicembre.
Il pacchetto 4.0-5.0
I ministeri in prima linea nella gestione di queste misure – Imprese e made in Italy e Affari Ue, politiche di coesione e Pnrr – sono in pressing per prorogare gli interventi. Ma pesano le valutazioni del ministero dell’Economia che, come detto, ha ricevuto come input da Palazzo Chigi, sull’onda delle richieste della maggioranza, di lavorare in primo luogo su famiglie e lavoratori autonomi.
Alcuni numeri aiutano a far capire la complessità della posta in palio. Nel Rapporto di valutazione sull’efficacia del piano Transizione 4.0, il ministero dell’Economia aveva calcolato che i crediti d’imposta per l’acquisto di beni materiali 4.0 avevano sforato ogni previsione di spesa, attestandosi a oltre 6,9 miliardi di euro nel 2022. Di qui la decisione, formalizzata nell’ultima legge di bilancio, di fissare un tetto a 2,2 miliardi di euro. Per quanto riguarda i crediti d’imposta per l’innovazione, al 2022 la spesa aveva superato il miliardo di euro (incluso il bonus per ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale che è l’unico a lungo termine, in scadenza nel 2031). Del volume finanziario di Transizione 5.0 abbiamo già detto, con l’avvertenza che, partito in sordina, il piano ha via via accresciuto il suo appeal per le imprese che hanno iniziato a familiarizzare con i complessi oneri burocratici imposti dalle regole del Pnrr, parzialmente semplificate da vari interventi del ministero delle Imprese. Non sarà abbastanza però per centrare i target del Pnrr che prevedono la conclusione dei progetti di investimento entro il 31 dicembre 2025. C’è stato nei mesi scorsi un confronto costante tra le strutture tecniche dei ministeri e i funzionari della Ue per strappare una possibile proroga tecnica, ma senza successo per ora. Una delle ipotesi era consentire di riconoscere ammissibili anche investimenti che, alla data del 31 dicembre 2025, potessero contare almeno su un acconto del 20%, lasciando poi tempo alle aziende di completare il progetto entro la fine del 2026 o del 2027. Ma il via libera non è arrivato, complici a quanto pare anche i dubbi del ministero dell’Economia per un problema di ridefinizione delle coperture che avrebbe coinvolto risorse statali.
Ecco dunque il piano alternativo, che dovrebbe passare per un accorpamento dei crediti d’imposta 4.0 e 5.0 disegnando una misura con minori obblighi rispetto a quelli che erano imposti dal Pnrr, ad esempio in relazione al principio Dnsh (non arrecare danni significativi all’ambiente) che ha escluso diverse attività industriali energivore. L’idea sarebbe utilizzare allo scopo risorse nazionali che si libererebbero, coprendo invece con gli avanzi del Pnrr altri tipi di interventi, a cominciare dai contratti di sviluppo.
Zes e Fondo di garanzia
Il problema delle coperture riguarda anche altre misure di politica industriale da rinnovare. Per la Zona economica speciale del Sud serviranno quasi 3 miliardi di euro. La fetta più grande riguarda il credito d’imposta per gli investimenti: nel 2025 sono stati stanziati 2,2 miliardi di euro, incrementabili in caso di necessità con i fondi di coesione. È la cifra minima da considerare anche per una copertura nel 2026, aggiungendovi in realtà una quota che dovrà essere destinata a Umbria e Marche. Le due Regioni sono state incluse a sorpresa nella Zes (sono regioni del Centro-Nord in “transizione”, come l’Abruzzo che però fa parte del Mezzogiorno) con un disegno di legge che il governo vorrebbe approvare con procedura ultraveloce, in tempo per le elezioni regionali nelle Marche. Costerebbe invece poco più di 590 milioni un anno in più di decontribuzione per i nuovi assunti.
Infine, il Fondo di garanzia per le Pmi. In Parlamento, dove è in esame il disegno di legge annuale per le piccole e medie imprese, la maggioranza sta facendo quadrato per una proroga secca delle attuali coperture (50% per i finanziamenti bancari concessi per la liquidità e 80% per quelli destinati a investimenti e per le startup). La stima dei tecnici in questo caso indica un fabbisogno di 2-2,3 miliardi di euro ma potranno venire in soccorso residui degli anni precedenti, soprattutto gli avanzi liberati dagli accantonamenti estremamente prudenti fatti sulle garanzie fornite durante la pandemia e la crisi energetica.
Fonte: Il Sole 24 Ore, Primo Piano del 29 agosto 2025